domenica 22 giugno 2014

Quel Verde tanto disprezzato...

Riflessioni · Cultura del verde

Quel verde tanto disprezzato

"Datti al giardinaggio." Una frase usata in senso dispregiativo. Ma forse chi la pronuncia non sa cosa c'è davvero dietro.


"Datti al giardinaggio." È una delle frasi più comuni usate in tono dispregiativo — il modo gentile per dire: visto che non sei bravo a fare altro. Ma forse chi si esprime così non sa che dietro il giardinaggio ci sono anni di studio, osservazione, fallimenti e tentativi. E forse non sa nemmeno che dietro il giardinaggio c'è la botanica — una scienza fondamentale per l'esistenza dell'uomo.

Una scienza che ci nutre

La botanica non è un passatempo da pensionati. È la scienza che studia la base di tutta la catena alimentare, i meccanismi della fotosintesi, i sistemi di impollinazione su cui dipende il 75% delle nostre coltivazioni. Senza botanica non esisterebbero né l'agronomia né la farmacologia né la medicina tradizionale di tre quarti del pianeta. Eppure si continua a trattarla — e con essa il giardinaggio — come un'attività di serie B, buona per chi non ha saputo fare di meglio.

Quando i giardini si presentano ordinati e fioriti, quando nell'aria si diffonde quella miscellanea di fragranze che cambia con le stagioni, il pensiero non può che fermarsi sulle persone che del giardinaggio hanno fatto una questione di vita. Persone che osservano, che aspettano, che sanno leggere la terra. Non è poco.

Il verde torna di moda — ma solo come trend

Non c'è effettivamente l'interesse di creare cultura. Si parla di Green Economy, di soluzioni eco-sostenibili ed eco-compatibili, di mode come la Vegitecture — la cosiddetta architettura verde — che vede nascere progetti di città-foresta dove le piante finiscono letteralmente sulle case, sulle facciate, sui tetti. Sono progetti bellissimi. Sono anche, spesso, operazioni di immagine più che di sostanza.

Il paradosso è evidente: da un lato si celebra il verde come simbolo di modernità e sostenibilità, dall'altro si taglia sistematicamente il budget per la manutenzione dei parchi pubblici, si cementificano le ultime aree agricole periurbane, si lascia morire di incuria il patrimonio arboreo delle città. Il verde fa tendenza sui social, ma nei bilanci comunali è sempre l'ultima voce.

Gli orti in casa e il ritorno alla terra

Da non molto tempo si è diffusa la pratica degli orti domestici. Molta gente prova a coltivare gli ortaggi più semplici — pomodori, zucchine, insalate — per risparmiare qualcosa sulla spesa e anche perché si fida sempre meno della filiera agroalimentare industriale. Non è nostalgia: è razionalità. Sapere da dove viene il cibo che si mangia è una forma di consapevolezza civile.

In periodo di crisi si è parlato persino della possibilità di creare centinaia di migliaia di posti di lavoro grazie al ritorno all'agricoltura. È cambiata, l'agricoltura — sia per le nuove tecniche di semina che per i macchinari utilizzati. Non si parla più di forza uomo-animale ma di precisione digitale, sensori, droni, agricoltura di precisione. Eppure la terra rimane terra. E prima o poi, volendosene staccare in tutti i sensi, ci si è sempre dovuti tornare.

Il territorio come risorsa — e come occasione sprecata

Il territorio — più semplicemente la terra — è una risorsa enorme. Sia esso sfruttato per l'agricoltura che per la creazione di aree protette, parchi, riserve naturali. Ma mancano i fondi — questa la frase di risposta invariabile. I fondi servono solo a coloro i quali vogliono trarne profitto immediato. Il verde pubblico, che non genera fatturato ma genera qualità della vita, salute, coesione sociale, viene sistematicamente trascurato.

Eppure esiste un'alternativa concreta che quasi nessuna amministrazione ha il coraggio di esplorare davvero: il volontariato di comunità. Se ci fosse una vera cultura del verde — non come moda ma come valore condiviso — si potrebbe fare affidamento, almeno in parte, all'impegno spontaneo dei cittadini. Una comunità intera che lavora per lo sviluppo delle aree verdi porta a risultati straordinari: basti guardare i giardini comunitari anglosassoni, le iniziative di guerrilla gardening nelle grandi città europee, i community gardens di New York nati su terreni abbandonati.

Il coinvolgimento di scuole e università — con percorsi didattici negli orti, laboratori di botanica, tirocini in vivai e aree protette — moltiplicherebbe l'impatto senza costi insostenibili. L'indotto economico, turistico e culturale di un territorio verde e curato è documentato e misurabile. Ma si preferisce, sistematicamente, non farlo.

Cosa si può dedurre da tutto ciò?

Che anche volendo staccarsi dalla terra — in tutti i sensi — prima o poi saremo costretti a tornarci. Non come resa ma come riscoperta. Il verde non è uno sfondo decorativo della vita umana: ne è una condizione. Lo sa chi ha un giardino, lo sa chi coltiva un vaso sul balcone, lo sa chi ha passato ore a osservare come cambia un fiore nell'arco di una settimana.

Forse il problema è proprio questo: che quelle ore non si vedono, non si misurano, non producono un dato da inserire in un foglio Excel. Ma producono qualcosa di più difficile da quantificare e più difficile da sostituire — un rapporto con il mondo naturale che, quando manca, si sente.

"Datti al giardinaggio" — d'accordo. Ma sapendo che significa studiare, osservare, aspettare, sbagliare, ricominciare. Significa capire come funziona la vita. Non sembra poco.

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